Una serata all’insegna della storia e della convivialità romana quella svoltasi martedì 4 novembre al Rotary Club Romano di Lombardia, che ha visto come ospite e relatrice d’eccezione la professoressa Silvia Stucchi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Studiosa di filologia e letteratura latina, Silvia Stucchi si è laureata in Lettere classiche all’Università Cattolica di Milano con una tesi su Petronio, proseguendo gli studi con un dottorato di ricerca in Filologia e Letteratura latina presso l’Università degli Studi di Milano, ancora una volta incentrato sul Satyricon. Ha poi conseguito una seconda laurea all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Storia della storiografia antica, con una tesi sull’annalistica latina.
Insegna Latino presso il Liceo “G. Oberdan” di Treviglio e Lingua e Letteratura latina all’Università Cattolica di Milano, nei corsi di laurea in Lettere Moderne e Scienze dei Beni Culturali. Collabora inoltre con l’Università degli Studi di Milano (centro SLAM) come formatrice linguistica per il Latino ed è docente nel corso di laurea in Scienze dei Beni Culturali.
Autrice di numerosi saggi e articoli su Petronio, Seneca, Lucano, Silio Italico, Cesare e Plinio il Giovane, ha approfondito anche la ricezione di Lucrezio e Petronio nel XVII secolo e nella letteratura italiana del Novecento. Attualmente è tutor supervisore di tirocinio presso la sede bresciana dell’Università Cattolica e, per il triennio 2025-2027, ricopre la carica di Segretario dell’Associazione Italiana di Cultura Classica – Delegazione di Roma.
Le celebri cene romane dunque erano soltanto espressione di sfarzo e ostentazione?
La professoressa Stucchi ha mostrato come, dietro l’apparenza, si celasse una profonda cultura della socialità e del gusto, regolata da norme di comportamento, misura e gerarchia. Attraverso le testimonianze di Seneca, Petronio e Lucano, emerge l’importanza del banchetto come luogo di espressione morale e identitaria.
Seneca, nelle Lettere a Lucilio, ammoniva: «Non è il ventre pieno che nutre l’uomo, ma la mente serena»; Petronio, nel Satyricon, con la celebre cena di Trimalchione, ironizzava sui nuovi ricchi che ostentavano lusso senza cultura mentre Lucano, nella Pharsalia, descriveva banchetti dove l’abbondanza diventava simbolo di decadenza morale.
Il cibo, dunque, era veicolo di valori, distinzione sociale e codici etici: un linguaggio condiviso che, in parte, riflette ancora oggi la nostra morale conviviale. Non solo di rigide consuetudini sulle tavole romane, ma anche di palati raffinati. Contrariamente all’immagine di un’alimentazione rozza o sgradevole, i banchetti romani erano un trionfo di eleganza e gusto: coppe d’argento, calici di vetro – materiale preziosissimo per l’epoca – e vini di qualità accompagnavano piatti elaborati e sorprendentemente moderni.
La celebre placenta, “regina dei piatti romani”, era una torta di farina raffinata (oggi diremmo “Tipo 0”), formaggio di capra e miele: una vera antenata della nostra cheesecake.
Non mancavano poi specialità come il moretum, un pesto rustico di formaggio, erbe aromatiche e aglio, e il garum, una salsa fermentata di pesce, antesignana della colatura di alici.
Nel corso della serata è stato presentato anche il trattato gastronomico di Marco Gavio Apicio (De re coquinaria), vero e proprio ricettario dell’antica Roma, articolato in dieci libri. L’opera affronta, in ordine, la figura del cuoco previdente, le carni sminuzzate, l’ortolano, il poliedrico (dedicato alle preparazioni miste), i legumi, i volatili, i piatti sontuosi, i quadrupedi, le ricette di mare e, infine, il pescatore.
Un compendio di tecnica, misura e raffinatezza, che testimonia la complessità della cultura gastronomica romana. La serata ha offerto un vero viaggio nel tempo, dimostrando come la felice intuizione rotariana di “mettere a tavola” soci e socie sia un’eredità ideale di quella antica convivialità: non un rituale fine a sé stesso, ma un autentico veicolo di amicizia, cultura e condivisione.
La conviviale (stavolta è proprio il caso di dirlo, ndr) si è conclusa con gli interventi di alcuni soci, seguiti dai ringraziamenti alla professoressa Stucchi per la sua erudita relazione, capace di illuminare le radici culturali di un gesto semplice e universale come lo stare insieme attorno a una tavola.
Ad maiora.
M.ko














