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  • VIGEVANO – VISITA DELLA CITTA’ E DELLA MOSTRA “IL TREDICESIMO TESTIMONE”

Vigevano, Lombardia, Italia. Esserci non è difficile, se si vuole e da Romano di Lombardia sono forse un centinaio i chilometri da percorrere; eppure non ci si va tanto spesso, e dunque è stato bello cogliere quest’occasione rotariana che, partita dalla mostra interattiva sul Cenacolo vinciano, ha allargato i nostri interessi alla Piazza Ducale e al Castello per finire in bellezza alle tavole imbandite dell’Oca Ciuca.

Vicus Gebuin, l’antica denominazione della città, rievoca l’origine romana del luogo, allora poco più di un piccolo borgo situato sulle rive del Ticino assurta a miglior sorte con il suo inserimento nel percorso canonico della via francigena. La sua posizione strategica ha fatto il resto. Nel XV secolo dando i natali (secondo ipotesi poi smentite) all’intraprendente Ludovico il Moro, che in città passò i primi anni della sua vita, Vigevano assurse ad un’importanza europea richiamando artisti, ingegneri, persone importati tra cui il grande Leonardo da Vinci.

Queste dunque le premesse del nostro interessante viaggio che, iniziato in Piazza Fiume dalla quale siamo partiti da Romano in pullman intorno alle otto, si è concluso con una puntualità svizzera in Piazza Ducale alle ore 9.45. Le due guide ci aspettavano ed è cominciata così la nostra visita della città e del castello.

La Piazza Ducale è un biglietto di presentazione di grand’impatto e già da sola vale il viaggio. La città la deve all’intuito e alla volontà del Moro il quale premiò la sua città adottiva di questa tal magnificenza copiata, si dice, da Venezia. Le dimensioni e la regolare sequenza di porticati ricordano in effetti la capitale lagunare e la stessa presenza sul lato corto della Cattedrale di S.Ambrogio conferma ulteriormente la bontà della asserita similitudine con Piazza S.Marco. Tra le due piazze le somiglianze finiscono lì e mentre a Venezia la pietra la fa da padrona, a Vigevano vince l’intonaco affrescato e la raffinatezza dei decori monocromi. Grottesche neoclassiche, decorazioni geometriche e medaglioni evocativi, dipinti in un bel color mattone rosso danno al contesto un aspetto davvero sbalorditivo. Il tutto si completa nella ricchezza del barocco del Duomo e nella elegante rusticità degli ottanta comignoli che adornano i tetti circostanti.

Vigevano è sempre stata una città operosa. Famosi i suoi panni di lana e lino, il riso e la seta; quest’ultima trafugata dalla Cina in tempi nei quali la cosa era severamente proibita. I 64 mila abitanti di oggi sono fieri di ricordare che tra i loro affezionati

cittadini hanno annoverato il Peroni della birra e il Carlo Erba della chimica, senza dimenticare i grandi della lavorazione della pelle che l’han portata a primeggiare soprattutto nella confezione calzaturiera. Le dimensioni del Castello sono immense (è forse il più grande complesso castellano d’Italia) e le due gallerie che collegano la Rocca Vecchia alla Nuova dimostrano come fare le cose in grande per i Visconti e gli Sforza non sia mai stato un gran problema. Abbiamo percorso le due gallerie fantasticando sulle scene che nelle epoche si sono succedute. Le guide ci hanno ricordato date e avvenimenti, noi abbiamo immaginato anche scene quotidiane e di giochi da ragazzi che lì si sono sicuramente svolti. Grandi drammi non si sono succeduti ed infatti anche “gli scheletri nell’armadio” della mostra che avremmo visto poi non se ne sono presentati. Alle 11.30 è iniziata dunque la visita alla mostra. Un avvenimento in sé, come si vuole che sia una mostra interattiva, cioè quell’allestimento che coinvolge tutti i sensi del visitatore. In questo caso forse ce n’era uno in più, quello che li riassume tutti: la percezione mentale del luogo e dell’avvenimento. La nostra perfetta organizzazione ha fatto sì che si passasse oltre la biglietteria, senza dedicarci alle incombenze pratiche e così abbiamo cominciato a tuffarci nel nostro assunto ruolo di tredicesimo testimone dell’Ultima Cena guidati sulle innumerevoli genialità del grande Leonardo. I suoi metodi innovativi, le sue pennellate sfumate, il disegno delle mani la cui conformazione diceva più di tanto altro a chi, come i padri domenicani di S.Maria delle Grazie, era abituato al silenzio claustrale. Installazioni davvero intelligenti fanno conoscere il mistero evangelico e la parallela complessità vinciana. Un’esperienza da rifare, magari abbinandola alla successiva visita al Cenacolo di Milano. La conviviale che ne è seguita è stata un’apoteosi di piatti a base d’oca un altro must locale che ha deliziato i nostri attenti palati.
effepi

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