• Home
  • Eventi Passati
  • Andrea Palladio Architetto della Serenissima Repubblica.Relatore: prof. Gian Antonio Golin

Durante la conviviale del 29 Marzo, il professor Gian Antonio Golin ha presentato ai soci e ospiti del Rotary Romano la figura di Andrea Palladio e le sue architetture. Il professore e l’architetto sono concittadini, entrambi vicentini. E a sottolineare ancora di più il loro legame vi è la residenza del professore, in Corso Andrea Palladio, ovviamente. Gian Antonio Golin dal 2001 è anche direttore di A.R.P.A.I. (Associazione per il Restauro del patrimonio Artistico Italiano – https://www.arpai.org/).

Dal 1972 in avanti il professore ha indagato con passione Palladio e le sue architetture. Ieri, su invito del Presidente, è venuto a Palazzo Colleoni a condividere con noi questa sua profonda conoscenza.

È impossibile in un ora spiegare la figura del Palladio, ma il professore è riuscito a dipingere alcuni interessati tratti del famoso architetto del Cinquecento.

Andando con ordine, Andrea nacque a Padova nel 1508. Il suo vero nome è Andrea di Pietro della Gondola. Il padre gestiva un redditizio, benché modesto, sistema di trasporti merci in gondola. Andrea inizia la sua carriera a tredici anni come lapicida alla bottega di Cavazza. Tuttavia scappa, letteralmente, da questo ambiente, tanto che il padre è costretto a pagare Cavazza affinché rimuovesse il vincolo allievo-maestro che legava Andrea alla bottega. Poco dopo si trasferisce con la famiglia a Vicenza, la città che rese Andrea il Palladio.

Qui incontra Giangiorgio Trissino, esponente di un’antica e nobile famiglia vicentina, importante intellettuale del tempo (sebbene di difficile lettura), che gli conferì il cognome Palladio, lasciato da Andrea in eredità ai suoi figli.

Trissino trasforma il lapicida in architetto; lo educa insegnandogli il latino e la matematica, avvicinandolo a molte personalità di spicco di Vicenza e Venezia.

Nel 1542 lo porta a Roma dove inizia ad approfondire, con studi e rilievi, l’architettura antica (terme, basiliche, templi e teatri romani), legge trattati antichi (Vitruvio in particolare), si fa fortemente influenzare da quello che vede, creando un suo “portfolio”, un archivio di suggestioni e elementi architettonici, che ripropone poi nelle sue architetture vicentine nel corso degli anni.

Questi studi nel 1556 lo portano a pubblicare a Venezia “I quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio. Ne’ quali, dopo un breve trattato de’ cinque ordini, & di quelli auertimenti, che sono più necessarij nel fabricare; si tratta delle case private, delle Vie, de i Ponti, delle piazze, de i Xisti, et de’ Tempij. Con privilegi.”

L’antichità tuttavia non è stata la sola ad influenzare la sua opera. I suoi contemporanei furono personalità come Sansovino, la cui Biblioteca Marciana è considerata da Palladio come la più bella architettura di tutti i tempi, passati e moderni, Sebastiano Serlio, che ha regalato a Palladio e a tutti noi la famosa Serliana (una particolare trifora con aperture laterali trabeate e quella centrale ad arco), Giulio Romano con le sue opere per i Gonzaga, Sanmicheli e le sue fortezze.

Le iniziali opere di Palladio a Vicenza riflettono ciò che vede attorno a sé, un’architettura vigorosa, imponente, ruvida, manierista, capricciosa, espressione di una dissonanza più che di un’affinità con l’antichità; spostandosi nel tempo e nelle campagne vicentine la sua architettura si depura, si consolida, diventa sua: ricorda linee e disegni classici visti a Roma, la trasforma in quell’architettura rinascimentale elegante e cosmopolita divenuta un vero e proprio stile architettonico, il Palladianesimo.

Potremmo dire che, ancor prima di Roma, l’imprinting architettonico gli è stato donato da Trissino; in particolare dalla sua abitazione, Villa Badoer Trissino, prima pagina rinascimentale di Vicenza, con la sua pianta ideale, le sue simmetrie, la spartizione degli spazi, la disposizione delle scale, la proporzione armonica delle sue dimensioni. Da questo elenco, pensando a “La Rotonda” di Palladio, non si può che riconoscerne le caratteristiche principali, elevate a perfezione, quale essa è:

«Vi sono state fatte le loggie e in tutte quattro le faccie: sotto il piano delle quali, e della Sala sono le stanze per la comodità, et uso della famiglia. La Sala è nel mezo, et è ritonda, e piglia il lume sopra. I camerini sono amezati. Sopra le stanze grandi, le quali hanno i volti alti secondo il primo modo, intorno la sala vi è un luogo da passeggiare di larghezza di quindici piedi e mezo». Palladio, I Quattro Libri dell’Architettura

A circa vent’anni prima risale il loggiato del Palazzo della Ragione di Vicenza, da Palladio chiamato Basilica e, da lui in poi, noto come Basilica Palladiana.

Il precedente loggiato, opera di Tommaso Formenton, crollò lasciando sgomenti i vicentini, che all’architetto neppure poterono chiedere i danni, essendo da poco deceduto.

Nel 1546 il progetto per il loggiato di Andrea Palladio vince il concorso, scavalcando progetti di Serlio e Giulio Romano. Sfruttando l’eleganza e la versatilità della serliana, Palladio riuscì a progettare e realizzare un loggiato in grado di garantire il corretto irraggiamento solare alle finestre retrostanti della Basilica, strutturalmente capace di sopportare i carichi differenziati derivati dalle spinte dei tre edifici che costituivano la Basilica (in particolare negli angoli, punti più sollecitati, dove ha risolto il problema realizzando un fascio di colonne), allinearsi correttamente con le vie pubbliche coperte preesistenti che attraversavano il piano terra della Basilica e realizzando un’opera elegante, armonica, magnificente.

Tutto questo è stato possibile ingannando l’occhio dell’osservatore, che vede una simmetria che non esiste e una partitura di vuoti e pieni che in realtà ha interassi sempre differenti. L’unica costante è la parte centrale ad arco della serliana.

Infine un accenno al Teatro Olimpico. Il teatro in generale nella Vicenza del Cinquecento era il teatro sacro della Settimana Santa, itinerante e diffuso per le strade della città.

Del teatro romano rimanevano solo rovine, nessun alzato, solo planimetrie incomplete. Da queste, grazie ai suoi studi, ricavò delle regole, dei calcoli, delle proporzioni che sviluppò fino a farne dei principi architettonici. Il teatro Olimpico segue questi principi per quanto possibile. Infatti, essendo posizionato in un edificio pre-esistente, la cavea (per i romani un semicerchio) è stata realizzata ellittica, delimitata da un peristilio di colonne sormontate da una cornice decorata e sottostante un cielo dipinto. La cavea si apre, quasi incombe, sulla scena dove è presente una scenografia a tre vie principali (sette totali) realizzata con scorci prospettici che danno l’impressione di una profondità assai maggiore di quanto è in realtà.

Già nella villa Maser-Barbaro, affiancato dal Veronese, Vittoria e Barbaro, aveva indagato e progettato delle scenografie, dei trompe-l’oeil prospettici affrescati sulle pareti e sulle cupole, che davano profondità alle stanze e un più ampio respiro, dilatando gli spazi.

Tutte queste opere citate, e non solo queste, sono state progettate da Palladio, da lui iniziate, ma terminate dal suo “discepolo”, Vincenzo Scamozzi. Con il Palladio Scamozzi ha avuto un rapporto amore/odio, ammirazione/critica che è ben sintetizzata nella sua famosa architettura, progettata a soli ventisei anni, a Lonigo: la Rocca pisana (richiamo alla Rotonda ma anche sua puntuale critica).

Andrea Palladio morì nel 1580, in condizioni economiche assai modeste, probabilmente mentre lavorava per la villa Maser Barbaro; i funerali furono celebrati senza clamore a Vicenza.

Palladio, i suoi disegni e i suoi scritti trovarono rinnovata fortuna nel Settecento influenzando in modo determinante la produzione architettonica successiva, che superò i confini del Veneto e diede vita al “Palladianesimo”.

Eredi furono Inigo Jones e Christopher Wren in Inghilterra, Van Campen in Olanda. Il Palladianesimo (o meglio Neopalladianesimo) si diffuse in tutto il Nord Europa e in seguito, con Thomas Jefferson, anche nel Nord America (basti pensare all’Università della Virginia o alla Casa Bianca). Nel 2010 il Congresso degli Stati Uniti ha riconosciuto nella figura di Andrea Palladio, il padre dell’architettura americana.

Riporto e termino con le parole del Palladio, summa della sua architettura e sempre di grande ispirazione:

Devesi avanti che a fabbricar si cominci, diligentemente considerare ciascuna parte della pianta ed impiedi della fabbrica che si ha da fare. Tre cose in ciascuna fabbrica, (come dice Vitruvio) debbono considerarsi, senza le quali niuno edificio meriterà esser lodato; e quelle sono l’utile o comodità, la perpetuità, e la bellezza: perciocchè non si potrebbe chiamare perfetta quell’opera che utile fosse, ma per poco tempo: ovvero che per molto non fosse comoda; ovvero che avendo ambedue queste, niuna grazia poi in se contenesse.

Zaira Raffaini

Eventi Passati