Indimenticabile serata, sospesa tra emozione e bellezza, quella di martedì 10 giugno 2025 presso la sede di Palazzo Colleoni. Un evento dove l’arte e la giustizia si sono intrecciate in un dialogo vibrante e appassionato condotto da Giovanna Brambilla, figura carismatica, esperta di educazione all’arte, che ci ha guidato in un sorprendente itinerario attraverso le pagine del suo ultimo libro “Diritto e rovescio. Venti storie di arte e giustizia” (Vita e Pensiero, 2025).
Il volume si compone di venti storie – altrettante opere, tra affreschi e installazioni contemporanee – per illuminare le molteplici sfumature della giustizia: quella retributiva, riparativa, riconciliante, sociale e persino spirituale. L’eleganza dell’arte diventa così ponte tra culture, tra sofferenze umane e aspirazione etica, in un percorso che sfida lo stereotipo della giustizia “bendata, armata, impassibile”. Brambilla ci ha condotto prima nell’osservatorio storico: dagli affreschi medievali fino alle tele di Vermeer e Malevič; poi ha innalzato lo sguardo verso artisti contemporanei che hanno fatto della giustizia un gesto attivo, partecipato, in luoghi insospettati – carceri, frontiere, paesaggi segnati dal conflitto.
La relatrice ha sfidato la nostra percezione: ci ha portati a interrogare se la giustizia sia davvero solo punizione o se possa fiorire nella riconciliazione, nel prendersi cura del “ferito”, come suggerisce il proverbio biblico “quando il coltello ferisce il dito, benda il coltello”. La narrazione della dott.ssa Brambilla è anche pedagogia: illumina come l’arte possa uscire dal museo – rinnovando la cittadinanza culturale e costruendo comunità empatiche. La stessa riflessione, ci ha ricordato, muoveva don Milani quando affermava: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali fra disuguali”.
In chiusura, l’autrice ha posto l’accento sull’urgenza di un “paradigma culturale nuovo”, di città riparative, in cui la giustizia sia intessuta di pietas, riconoscimento e tenerezza. “Sciogliere la penna della bilancia, deporre la spada, togliere la benda dagli occhi” significa dunque aprire porte – dentro e fuori di noi – all’incontro, alla trasformazione, alla vita.
Questa serata, sospesa tra arte, cultura, etica e umanità, si è rivelata un’esperienza potente: un invito a guardare “l’altra faccia delle cose”, a coltivare la giustizia come atto creativo – più simile a un ponte che a un confine – e a riportare l’arte nel cuore del vivere civile. Un’esplosione di emozione, ragione e speranza, che ci ha lasciato la scintilla di voler costruire, nelle nostre vite e nella città, un’eco di dignità e riparazione – a rovescio, verso il bello e il giusto.
Grazie, Giovanna.
M.ko









