• Home
  • Eventi Passati
  • In vetta al mondo, una vita in alta quota. Interclub Soncino-Romano. Relatore: Simone Moro

SONCINO 27 Febbraio 2025. Interclub: R.C. SONCINO E ORZINUOVI, R.C. PANDINO VISCONTEO, R.C. ROMANO DI LOMBARDIA

Simone Moro (Bergamo, 27 ottobre 1967) è alpinista, scrittore e aviatore italiano.

Salito sulla cima di otto dei quattordici ottomila, detiene il record di maggior numero di ascensioni in prima invernale sugli ottomila con le scalate dello Shisha Pangma nel 2005, Makalu nel 2009, Gasherbrum nel 2011,  e Nanga Parbat nel 2016.

Simone è detto “l’alpinista del freddo”.  «Capita nella vita di abituarsi alle cose più impensabili, assurde ed estreme. E allora bisogna essere capaci di sorprendere e cambiare obiettivo». Simone Moro, ci parla di una sfida diversa. Si prende una  pausa dall’alta quota ma vuole confrontarsi con un freddo se possibile ancora più estremo rispetto all’Himalaya: quello della regione montuosa della Siberia orientale dove sorge il Pik Pobeda, 3003 metri di roccia e ghiaccio, partendo da una altitudine di 500 m, molto vicino al Circolo Polare Artico. Una catena montuosa di 1000 km. La sfida viene effettuata  ancora una volta in compagnia dell’alpinista altoatesina Tamara Lunger,  già protagonista con lui della prima invernale sul Nanga Parbat.

«Lo chiamano il Polo del Freddo – spiega Moro – La temperatura più bassa registrata ufficialmente nel centro abitato è stata di -71,3 C° . immaginate come è stato sulla granitica montagna esplorata nella stagione più glaciale dell’anno. Abbiamo dormito all’interno di buche scavate nella neve, perché nella tenda si rischiava di morire, fortunatamente i locali ci hanno dato pelli di renna che combinate con l’abbigliamento ci hanno permesso di sopravvivere». Il motivo che li porta nella regione chiamata Chersky Range è che il Pik Pobeda non è mai stato salito in inverno e non è difficile immaginare il perchè. Ma l’obiettivo della nuova spedizione dello scalatore bergamasco è ancora più ampio. 

«Si tratta di un altro tipo di esplorazione rispetto a quello a cui sono abituato sulle montagne dell’Himalaya – racconta – Mi sembra di aver dimostrato di saper andare sufficiente bene sui colossi di ottomila metri in inverno. Questa nuova avventura invece è stata un mix dal punto di vista alpinistico, documentaristico e antropologico».

Raggiungere la montagna è stata già un’impresa per il team, visto che dopo tre voli aerei si è proseguito a bordo di jeep, motoslitte, a tratti con le renne e infine con gli sci ai piedi. La stategia: esporsi il meno possibile al freddo e affrontare la montagna in velocità. Ciò che ha attratto però è il contatto con persone, famiglie e bambini che vivono a 50 gradi sottozero con quattro ore di luce al giorno. Comunità che non immaginiamo nemmeno in che condizioni vivano.

Il villaggio che ha destato la curiosità di Simone Moro. È situato, come il Pik Pobeda, nella Siberia orientale e i suoi abitanti, circa ottocento, sono abituati a convivere con una temperatura di meno 71 gradi. La strada che porta dentro e fuori dal villaggio è una sola, viene chiamata “La strada delle ossa” ed è stata costruita dai detenuti rinchiusi nei campi di concentramento sovietici. È proprio il governo sovietico che, con molte pressioni, ha costretto le popolazioni nomadi a diventare sedentarie. Oggi il villaggio è abitato, ma un tempo gli unici visitatori erano i cacciatori di renne durante l’estate. Per qualsiasi gesto quotidiano, anche il più banale, il freddo li costringe a trovare soluzioni alternative.

Questa è la zona dove vivono nomadi allevatori di renne e per questo gente discretamente abbiente che veniva internata in campi di lavoro che poi sarebbero diventati i gulag sovietici. La scoperta  di luoghi sconosciuti, di gente che vive in condizioni limite che ti porta a conoscere meglio te stesso: di base e stimolo la curiosità di scoprire quanto non conosciuto.

Il meticoloso allenamento, le condizioni psico-fisiche ottimali e la resistenza alla fatica ti permettono di saperti adattare alle condizioni più estreme e di imparare l’arte di sopravvivere, indispensabile saper aspettare, non si stabilisce mai la data del rientro perché occorre aspettare il momento giusto per compiere l’impresa. Indispensabile poi saper affrontare le situazioni più imprevedibile e su questo da buon italiano sono attrezzato.

Un sentito ringraziamento agli amici del R.C. Soncino e Orzinuovi per aver condiviso con noi questa serata che ci permetterà di esplorare nuovi orizzonti e valutarne le sfide.

dieffe

Eventi Passati