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  • MESSA PER I SOCI DEFUNTI – “LA BELLEZZA CHE SALVA. IL CORPO E LO SPIRITO NELL’ARTE CRISTIANA”. RISTORANTE LA MURATELLA, MARTEDI’ 4 NOVEMBRE 2014

Ristorante “Antico Borgo La Muratella” Cologno al Serio

 

 

Messa per Soci e Familiari Defunti.

 

La Bellezza che Salva.

Il Corpo e lo Spirito nell’Arte Cristiana

Celebrante e Relatore: Monsignor Tarcisio Tironi

 

 

 

Martedì 4 novembre ci siamo ritrovati alla Muratella per la nostra conviviale novembrina, come di consueto preceduta dalla S. Messa dedicata ai nostri cari defunti. La S. Messa è stata celebrata dal Prevosto di Romano di Lombardia, Monsignor Tarcisio Tironi*, e con l’occasione sono stati ricordati anche tutti i soci defunti.

Dopo la cena, presentato dal nostro Presidente, prende la parola Don Tarcisio che con grande maestria e attraverso l’ausilio di diapositive introduce il tema della serata “LA BELLEZZA CHE SALVA”. Prima di entrare nel vivo, rivolge il proprio ringraziamento ricordando il contributo che proprio il Rotary fece per il Museo di Arte e Cultura Sacra di Romano di Lombardia, nato nel 2006, impreziosendolo con l’acquisizione di alcune “paci”^.

La vita, scrive Bonaccorso nel suo libro I colori dello spirito, «non è un termine astratto ma il corpo vivente, così come il mantenimento e lo sviluppo della vita il pane, il vino, il nutrimento». È curioso che due libri recenti che parlano d’arte cristiana abbiano titoli simmetrici: I colori dello spirito, di Rodolfo Papa (2005) e Il catechismo della carne, di Timothy Verdon (2009).

Le due prospettive, apparentemente opposte, tendono ad integrarsi nella visione cristiana. L’antropologia biblica concepisce la persona umana in modo complesso, multidimensionale. Semplificando si potrebbe parlare di spirito, anima, corpo, una tripartizione che troviamo una sola volta in san Paolo (1 Tess. 5,23). Lo spirito non è un’entità a sé stante, ma è la relazione tra la carne/corpo e Dio, è ciò che io sono di fronte a Dio quando lo accolgo, lo ospito nel mio corpo. Se dico Spirito dico la mia appartenenza al Padre nella carne del Figlio, nel suo corpo che è la Chiesa, comunione delle differenze (Cfr. BONACCORSO). Il cristianesimo ha al centro un corpo che nasce, cresce, sente, gode, soffre, si emoziona, comunica, funziona, si riproduce, si dilata, si esalta, cede, si ammala, guarisce, si abbandona, si perde, muore; perché è nel farsi corpo che vive la Parola.

Questa parola viene detta dai sacramenti della Chiesa (card. MARTINI).L’arte cristiana è “via pulchritudinis” non in senso platonico, per cui si comincia con l’eros (desiderio) verso una creatura e poi si sale verso la bellezza divina, ma in senso biblico: Dio è bellezza perché ci ama per primo e senza che ce lo meritiamo. È la gratuità che è bella.

Infatti l’arte, per Dostoevskij, ha il divino valore di non servire a nulla. Bello è il corpo di Cristo, che è la Chiesa, sua sposa, quando essa vive il primato della carità come “forma ecclesiae”, alla sequela del “bel Pastore” (Gv 10,11). È possibile rappresentare Dio?

In Parker’s Back (La schiena di Parker), l’ultimo racconto che Flannery O’Connor scrisse poco prima di morire, il giovane protagonista, agnostico cercatore di bellezza, ha ricoperto il suo corpo di tatuaggi, eccetto la schiena, tanto non può vederla. Per riconquistare la moglie, troppo religiosa per credere fino in fondo nell’incarnazione, si fa tatuare proprio sulla schiena l’immagine di un Cristo bizantino, i cui occhi penetranti gli avevano «staccato la corrente dal cuore». Fernanda Pivano raccontava di aver chiesto a Jack Kerouac: «Ma perché sei così disperato? Che cosa vorresti?» e lui le rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto».

Nella pienezza dei tempi, in Gesù Cristo il Logos si fa carne, Dio diventa uno di noi. «Egli è la parola che non nasce dalla bocca degli uomini, ma dal ventre di una donna». (BONACCORSO). «E noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,17-18). L’essenziale è ormai visibile agli occhi. Èimmaginabile purché l’occhio veda dal cuore. Questo intendeva Agostino quando diceva che soltanto l’amore è capace di vedere. Se Dio non avesse assunto un corpo, la Chiesa non avrebbe un’arte. È a partire dall’incarnazione che il corpo, nell’arte cristiana, diventaedificio spirituale

per incontrare Dio nella bellezza. In fondo ogni opera d’arte cristiana è un simbolo, un ponte che conduce a qualcosa che la oltrepassa: l’appuntamento con Dio. “Arte è vedere l’opera di Dio”, diceva Cézanne. L’arte liturgica è stabilire un contatto con gli eventi che Cristo ha vissuto nel suo corpo e ha trasmesso al corpo della sua Chiesa (VALENZIANO).“L’opera d’arte sacra serve a questo mistero. Il suo compito non consiste nell’istruire didatticamente e nell’influenzare pedagogicamente ma nel preparare la via alla epifania […]. Essa deve annunciare […] deve indicare allo sguardo e al cuore del credente la via verso Cristo che conduce al Padre. Si può dunque dire, a ragione, che la vera opera d’arte sacra è, nella sua essenza, strumento di annuncio e di presentazione verso l’uomo, via di devozione e d’amore verso Dio […](R. GUARDINI).

Perché l’arte paleocristiana preferisce i simboli e le opere aniconiche (non figurative)? Per l’imbarazzo dei cristiani di fronte ai moduli tipici del culto pagano, in particolare della statuaria antica, che spesso esaltava il corpo di divinità o personaggi storici “divinizzati” (come l’imperatore o il suo favorito di turno). Fu spesso davanti a tali simulacri, diffusi in tutto l’impero come oggi i feticci della nostra pubblicità, che ai martiri veniva chiesto di “bruciare l’incenso” per evitare la tortura e la morte.

Questa può essere una delle cause della scomparsa della scultura monumentale a partire dal V secolo.

Per tutto il primo millennio la Chiesa preferisce alla scultura il mosaico, l’oreficeria, laminiatura, in un processo di spiritualizzazione che coinvolge anche l’architettura e si arricchisce di nuovi linguaggi visivi.Ed ecco l’arte del V-VI secolo, con i suoi paradossi, come la croce gemmata, che elabora e supera quattro secoli di rifiuto viscerale nei confronti del terribile strumento di morte, trasformandolo in simbolo vitale e glorioso in linea con il coevo Vexilla regis di Venanzio Fortunato (come se oggi rappresentassimo la sedia elettrica in platino tempestato di diamanti)(T. VERDON).Il corpo di Gesù   è assente, apparentemente. Ma al centro della croce è raffigurato il suo volto nella gloria. La sofferenza e la gloria scendono sul corpo di Sant’Apollinare, vescovo e martire, al centro del suo gregge (la Chiesa, corpo di Cristo) mentre sull’altare, simbolo di Cristo, si celebra il mistero pasquale. Bisogna aspettare il XIII secolo per la riscoperta del corpo come “segno rivelatore”. È la svolta del realismo francescano, legato a una fede più sentita che ragionata, fatta di violente emozioni. Questo mutamento prende avvio con Bernardo di Chiaravalle e la spiritualità cistercense e trova piena espressione in Francesco d’Assisi.

Al posto dell’enfasi teologica e simbolica del primo Medioevo c’è un interesse crescente   «per l’uomo, per il suo corpo, i suoi sentimenti, la sua psicologia: le prime luci di ciò che diventerà in seguito l’umanesimo cristiano aperto alla cultura antica» (T. VERDON).San Francesco d’Assisi era molto severo con se stesso ma nello stesso tempo era indulgente con gli altri e volle sempre le penitenze dei suoi frati non fossero esagerate perché diceva che anche “fratello corpo” ha le sue esigenze che debbono essere soddisfatte affinché l’uomo possa impegnarsi nell’esercizio del dovere quotidiano e vegliare nella preghiera”. Il dramma sacro, che si sviluppa in Italia tra il Duecento e il Trecento, nell’ambito della religiosità francescana, influisce moltissimo sulla pittura di Giotto. Alla domanda: “È possibile rappresentare Dio?” Giotto risponde con i colori esprimendo tre elementi: immagine, luce, tridimensionalità.Torniamo indietro di una decina d’anni ed entriamo nella Cappella degli Scrovegni, dalle cui pareti è diffuso il “lieto annunzio”, con un linguaggio sorprendentemente moderno. Prestiamo attenzione al rilievo che Giotto attribuisce alle relazioni vere tra i personaggi.L’umanesimo cristiano inaugurato da Giottoesprime la piena dignità dell’essere umano attraverso la raffigurazione del corpo, che assume una nuova consapevolezza nel tempo e nello spazio. Tale innovazione trova maturità espressiva in Piero della Francesca. Erede e massimo esponente di questa tradizione di spiritualità corporea (che passa attraverso Masaccio) è Michelangelo. Mettiamo a confronto le famose “Pietà” di Michelangelo, quella di San Pietro, la Bandini e quella chiamata “Rondanini”; qui il corpo riesce ad esprimere la parola non detta, che è inscritta in esso, che ne dice il significato e il destino. Qui il corpo di Cristo, raffigurato in modo così contrastante, dice qualcosa di noi, della nostra ricerca di un senso ultimo.

«Gesù è il primo uomo che vive la morte come gesto di comunione […].

Il corpo di Gesù incarna la parola d’amore fin dentro la morte» (card. MARTINI). In quest’ottica uno sviluppo interessante potrebbe essere “Ineffabile e non figurativo nell’arte cristiana contemporanea”, in un’epoca in cui l’uomo si autodetermina rifacendo, plasmando il proprio corpo (io sono il corpo che voglio diventare, io definisco, controllo la realtà   a partire dal mio corpo), in una specie di processo di “de-creazione”, in cui Adamo si autodistrugge per plasmarsi da sé. Il corpo senza relazione è come il cibo senza relazione, nei disturbi alimentari.Il corpo, nel caso di Orlan (Mireille Suzanne Francette Porte – Saint-Étienne1947)e della sua “body art” è di continuo, ossessivamente rifatto, come strumento della volontà di potenza di un ego sempre più autoreferenziale. È l’estrema rappresentazione del corpo come vile materia, una forma d’arte testimone dello sfruttamento del corpo come oggetto da desiderare/mercificare/con-sumare nella pubblicità e nel cinema.

Questa tendenza, che ci fa pensare al corpo come strumento di potere nella statuaria di età imperiale, potrebbe spingere nuovamente l’arte liturgica verso il non figurativo, come le “icone astratte” di Filippo Rossi, in cui il corpo è ridotto a segno?

Nella Grecia classica il corpo maschile era un archetipo di perfezione esaltato nelle sculture.

Il corpo della donna era occultato e non poteva essere mostrato in pubblico. L’uomo esibiva la propria nudità nelle palestre e nelle gare atletiche. La sezione aurea: la centralità del corpo umano nel definire il paradigma della misura del mondo. L’incontro della cultura greca con quella orientale in epoca ellenistica, con una progressiva assimilazione del corpo femminile a quello maschile. La raffigurazione del corpo nelpensiero di Platone: “il corpo, come il nome stesso significa, è séma (custodia)   dell’anima finché essa non abbia pagato compiutamente ciò che deve pagare”. Platone identifica l’anima come qualcosa d’incorporeo e di separato dal corpo.

Il corpo è un ostacolo e un peso per l’anima: è “tomba” o “carcere”. Di lì l’anima non può liberarsi per “ritrovare le ali” – come scrive nel Fedro – ma è forzata a scontare un periodo di espiazione attraverso il dolore e l’isolamento. Anche nella riflessione indiana e cinese si trova il motivo della vita dei sensi come vita dell’apparenza, ma unito alla considerazione del corpo quale veicolo e strumento della scoperta dell’equilibrio, dell’ordine e dell’essenza.

In Platone, invece, il corpo è un ostacolo e un impedimento.

Benedetto XVI in Deus Caritas est scrive:

“ L’eros è come radicato nella natura stessa dell’uomo;

Adamo è in ricerca e «abbandona suo padre e sua madre» per trovare la donna;

solo nel loro insieme rappresentano l’interezza dell’umanità, diventano

« una solo carne »” La sessualità è buona perché voluta da Dio (superamento dello stato demoniaco).

La sessualità è un risultato dell’attività creativa divina e non deve essere fraintesa come caratteristica della divinità(superamento dei culti sessuali).

L’unità non sarà solo indissolubilità giuridica, ma comunione.

La fecondità nascerà come bisogno di vita.

La nudità dei corpi diventa vergogna solo nella divisione (cfr. Gn 3,17).

La vita di coppia è una vita di speranza perché è una vita di comunione. Il dialogo per coprire le proprie nudità.

Il suo approccio all’arte è delineato in particolare nella Gaudium et Spes: – l’arte deve essere libera e autonoma (59)

– deve essere fedele ai propri metodi (46)

– ciascuno è libero di coltivare qualsiasi arte nel rispetto della moralità personale e sociale (59). In controcorrente rispetto al passato, il Concilio sollecitava la Chiesa di accettare le moderne tendenze artistiche nella cultura contemporanea e le forme artistiche usate nelle culture non europee, in particolare nei contesti missionari.

In epoca rinascimentale la stessa arte sacra ricorre al nudo come espressione (drammatica e muscolare in un artista come Michelangelo) della condizione dell’uomo, del suo essere nello stesso tempo eroico e miserevole.

Segue una brillantissima carrellata di opere di Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Correggio, Giusto di Gand, Barocci.

La donna come immagine di perfezione (le Grazie, amore e psiche) e la donna dei realisti (il bacio di Hayez) e il disagio dell’uomo moderno, passando per Klimt, El Greco, Munch, Klee, concludono splendidamente la graditissima presentazione, che ha scatenato un lungo applauso finale. GRAZIE DON TARCISIO!!

Seguono alcune domande da parte dei soci, a testimonianza del grande interesse suscitato; in particolare il Presidente Dario Bertulazzi ringrazia il relatore a nome di tutti i soci e si fa latore di una sorpresa che è stata tenuta in serbo per tutta la serata: a Mons. Tarcisio Tironi viene consegnata la spilla di Socio Onorario del Club! … tra gli applausi di tutti gli astanti per l’onore tributato.

WELCOME Don Tarcisio, VERY WELCOME!!

floti

 

 

*nativo di Grumello del Monte, ordinato sacerdote nel 1970, laureto in Sacra Teologia; primo incarico presso la Parrocchia S. Lucia in Bergamo, poi Vice-rettore del Seminario Vescovile, Direttore dell’Uffico della pastorale dell’età evolutiva, Consulente ecclesiastico del Centro Sportivo Provinciale, Cappellano delle Suore Clarisse, incaricato regionale per la pastorale giovanile e degli oratori, assistente diocesano dell’AC, dal 1991 Cappellano di Sua Santità; nel 1997 diventa Prevosto di Romano di Lombardia.

 

^le ‘paci’ sono tavolette che ricorrono in moltissime rappresentazioni, da Lotto a Raffaello…

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