“Genitori e figli possono essere amici?” Ecco lo stringente quesito su cui ci si è interrogati nella serata di martedì 15 marzo presso Palazzo Colleoni a Cortenuova. La risposta fornita in modo chiaro e indiscutibile dall’ospite della conviviale, il Maresciallo ordinario dott. Danilo Gallo, comandante in sede vacante alla Stazione dei Carabinieri di Romano di Lombardia, è un secco “No”.
Il Maresciallo infatti ritiene che le due figure, genitore ed amico, debbono restare ben distinte in quanto fortemente diseguali e definite, gerarchicamente, su piani differenti.
Come ha affermato con autorità il Maresciallo, in questo millennio si assiste ad un perpetuo affanno del genitore a diventare amico del proprio figlio con risultati, spesso, manchevoli e inappropriati.
Se il genitore si abbassa al livello del figlio, per esempio per guadagnarsi il suo affetto tramite un approccio più informale e meno autoritario, rischia di perdere il rispetto e quell’autorevolezza che devono caratterizzare il suo ruolo.
Si rischia di iniettare nella società dei giovani smarriti, indifferenti, insicuri e senza regole, cresciuti senza una figura di riferimento, qualcuno che istilli, non solo l’amore e la protezione, ma anche valori come il senso di giustizia e una morale. Sono ragazzi e giovani adulti che non sanno distinguere un buon leader da uno negativo quando ne incontrano uno.
Le figure genitoriali che il maresciallo Gallo ha avuto modo di incontrare nello svolgimento del suo incarico, avevano dimenticato, più o meno consciamente, la loro identità di educatori, i diritti e doveri dovuti alla propria prole. Questi genitori mostravano una mancanza di coraggio nel prendere in mano la situazione dei figli e spesso erano anche disinformati: non li ri-conoscevano più.
Alla luce dei gravi fatti criminali della prole, dinnanzi ai comportamenti maleducati e scorretti dei figli, questi genitori tendevano soprattutto a rimanere muti evitando di commentare o disciplinare tali manchevoli condotte e delegando ai carabinieri i provvedimenti tipici dell’“essere genitori”.
Forse scoraggiati dai precedenti tentativi di intervento o decisi a delegare il loro ruolo di educatori ad altri (insegnanti, allenatori, autorità, …) restano in silenzio senza dare una direzione univoca ai comportamenti devianti e rendono, quindi, i figli incapaci di affrontare correttamente la vita sociale.
Alla luce di ciò il Maresciallo ha dichiarato che questo silenzio genitoriale è uno dei punti critici nell’educazione odierna dei minori e spesso genera gravi conseguenze.
Ma più il silenzio genitoriale è forte e più i ragazzi cercano altri punti di riferimento, modelli comportamentali al di fuori della famiglia, sui social o sulla strada, rischiando di inserirsi in una dinamica deviante del gruppo di coetanei e, da lì, nella delinquenza.
Sorge pertanto il quesito: “Perché il genitore non si impegna? Perché, deliberatamente, abbandona il proprio figlio disinteressandone?”
Altri genitori, cercando giustificazioni di fronte all’evidenza dei reati e dei danni causati dal proprio figlio, minimizzano o difendono a spada tratta la prole subissando di lamentele e rimbotti le autorità preposte certamente più spinti a discolparsi che a rimediare.
Infatti, queste insensate scusanti, ridicoli ridimensionamenti dei fatti non sono altro che un modo per limitare la loro responsabilità di genitori carenti e inadeguati: si stanno scusando con loro stessi e con la loro incapacità di educare a crescere figli e cittadini corretti e civili.
Allontanando da sé l’ormai evidente fallimento genitoriale, gli adulti determinano nel minore l’idea che non esiste limite, che anche il comportamento sociale riprovevole ha lo stesso valore di uno adeguato o eticamente accettabile. Le vane minacce, le punizioni sempre esibite ma mai attuate, desensibilizzano il giovane verso ogni valore sociale credendosi superiore a tutto e a tutti, anche alla Legge e a suoi rappresentanti, anche alla società con le sue regole e i suoi doveri.
E’ il “buonismo”, è l’essere “amico dei miei figli”, è “a me possono dire tutto” e “io non li castro con affermazioni che sanno di stantio così come i miei vecchi hanno fatto con me” che ci sta portando verso una civiltà da “Romanzo criminale”?
Sono tali atteggiamenti che ci fanno baluginare davanti agli occhi la società dei “furbetti”?
Sono i criminali della porta accanto che stanno plasmando una realtà irrimediabilmente votata alla rovina? E quindi, sono i genitori-amici, quelli che non sanno più dove cominciano i doveri ma ammantano i figli di soli diritti, che stanno conducendo verso il baratro la nostra edulcorata società?
Si può giungere all’avvio di procedimenti civili, nei quali i genitori stessi sono chiamati a risarcire i danni causati dai figli minori (alla luce dell’art 2048 del codice civile). Ancora peggio, se il comportamento illecito del ragazzo finisse per integrare fattispecie di reato, il minore di età superiore ai quattordici anni, capace di intendere e di volere per la Legge, dovrà affrontare un processo penale innanzi al Tribunale per i minorenni.
Sebbene la procedura penale minorile cerchi di tutelare il ragazzino con cautele di vario tipo al fine di evitare che il procedimento possa gravare sulla sua crescita, si tratta comunque di un’esperienza traumatica che nessun adulto o ragazzo vorrebbe o dovrebbe mai affrontare.
Purtroppo se i genitori trascendono all’importante ruolo che sono chiamati a ricoprire fin dalla nascita dei loro figli; se non prendono coscienza che questo ruolo deve essere ricoperto in modo continuativo ed efficace, affrontandone sia i lati positivi che quelli negativi, ne pagheranno conseguenze penali, civili e morali.
I Carabinieri, come anche insegnanti, allenatori, o altre figure educanti, sono disponibili a dare supporto ai genitori quando una situazione spiacevole o grave vede i loro figli protagonisti ma è dalla famiglia che deve venire il cambiamento, è lei la prima agenzia educativa che deve seguire e prendersi cura dei suoi fragili attori.
Nella famiglia si deve avere il coraggio di parlare, confrontarsi, discutere, affrontare insieme le difficoltà ed il genitore non deve provare sgomento nel tipico “scontro adolescenziale” con il proprio figlio; manterrà sempre aperto il confronto e saprà punire quando necessario.
I genitori devono essere dei fari che illuminano il cammino per i figli; compagni di viaggio e guide che si rendono disponibili all’ascolto e al dialogo; punti di riferimento in grado di ispirare i propri figli; educatori saggi che sappiano lodare i propri ragazzi per i traguardi raggiunti e redarguirli se agiscono comportamenti scorretti.
Il genitore presente anche quando stanco, affannato, impegnato, ricordi che non deve piacere ai propri figli ma deve amarli.
Zaira Raffaini & C.




