17 Settembre 2015
INTERCLUB RC ROMANO DI LOMBARDIA – RC DALMINE CENTENARIO
“IL COMPLESSO DI ASTINO E L’ORTO BOTANICO
Pomeriggio di fine estate, qualche nuvola iniziale che si dissolve pesto e lascia il posto ad una serata splendida e non solo da un punto di vista dl meteo.
L’anfiteatro delle colline ad ovest di Bergamo offre il benvenuto ai due club e la Valle d’Astino ci abbraccia con uno straordinario scenario naturale; l’obiettivo è LA VALLE DELLA BIODIVERSITA’ e il vicino COMPLESSO DI ASTINO che raggiungiamo dopo una discreta camminata.
Senza fiatone raggiungiamo il punto di incontro dove alle 17,30 incontriamo Gabriele Rinaldi, origini romanesi, che è il Direttore dell’Orto Botanico di Bergamo di cui “La Valle della Biodiversità” costituisce sezione staccata, e che è stato tra i principali promotori della Valle della Biodiversità, credendoci fino in fondo.
Dopo una breve presentazione del dott. Rinaldi da parte dei Presidenti, iniziano il nostro percorso con grande attenzione e interesse, elaborando da subito la sensazione di essere in un museo all’aperto denso di preziosità, dove si studiano e si conservano collezioni botaniche che comunicano il rapporto tra Piante e Uomo.
È uno spazio di relazioni e di esperienze, per educare alla sostenibilità e contribuire ad armonizzare Uomo – Agricoltura – Natura a partire dal contesto locale.
L’obiettivo annuale è presentare nei 9.000 m2 a disposizione 300 specie con almeno 1500 varietà che variano a seconda delle stagioni e delle programmazioni, dalle più rustiche alle tropicali in vaso.
Nella sezione di Astino dell’Orto Botanico di Bergamo si impara ad adottare il plurale anche per le piante più familiari: non il pomodoro ma i pomodori, i mais, le patate, le viti, i fagioli, le quinoe, gli amaranti, i frumenti, i risi, le insalate, le bietole ecc. poiché il plurale è più adatto ad esprimere l’affascinante complessità dell’agrobiodiversità e della vita vegetale in generale.
Per costruire l’Orto Botanico, ci dice Gabriele, abbiamo dovuto modificare l’ambiente precedente ed in alcune parti ora è addirittura pavimentato in calcestre per agevolare la visita di tutti, ma abbiamo il massimo rispetto del suolo che vogliamo permeabile e ricco di vita propria. Siamo in un angolo del millenario compendio agricolo del Monastero di Astino dove l’Orto Botanico svolge un ruolo di interfaccia tra il Regno delle Piante e il pubblico.
Qui cerchiamo insieme risposte alla domanda: di quali piante si nutre il pianeta?
Siamo circa 7 miliardi sul pianeta, mai così tanti, ogni giorno dobbiamo mangiare e per questo attingiamo risorse dagli habitat agricoli e naturali per soddisfare il nostro incessante appetito.
La scelta varietale varia nel tempo, le semine e le fioriture si alternano in base alle stagioni, al fotoperiodo, alle esigenze
espositive: non tutto è presente contemporaneamente. Questa è una delle ragioni per visitare più volte la Valle della
BioDiversità.

Il percorso didattico si snoda liberamente tra le collezioni a partire da ogni punto, perché così è la biodiversità.
Le piante sono esposte prevalentemente secondo la Famiglia di appartenenza, criterio di comodo che abbiamo
preferito ad altri come: origine, utilizzi, ecologia, biochimica, importanza economica.

Oltre 1.500 le specie vegetali, tra cui venti varietà di patate presenti, come l’olandese Monnalisa, la Blu di Valtellina o la precoce di Prettigovia, una patata marrone chiaro a forma di topo, proveniente dal cantone svizzero dei Grigioni.
Tra i progetti avviati, anche quello partecipato di raccolta dei prodotti della Valle della Biodiversità: nei giorni scorsi sono stati raccolti e venduti oltre 100 kg di pomodori, grazie alla partecipazione e all’attività dei visitatori. Il ricavato della raccolta viene poi interamente utilizzato per l’acquisto di altri semi e piante, per alimentare di continuo il ciclo vitale dell’ orto.
«La Valle della Biodiversità – conclude Rinaldi – è un “museo verde vivo” e ha la necessità di rinnovarsi costantemente: quello che offriamo ai visitatori è quindi uno spazio sempre nuovo, da scoprire e da vivere continuamente.
La valle della biodiversità: dietro a un nome che può sembrare tecnico si nasconde uno spettacolo per gli occhi e per lo spirito, un’oasi di tranquillità a due passi dall’asfalto del centro di Bergamo, u no spazio sempre nuovo, da scoprire e da vivere continuamente».
Puntuali alle 18,30 ci trasferiamo all’ingresso del Complesso monastico di Astino dove ci sta attendendo Alessandra Civai, già nostra fist lady, che ci accompagnerà nella visita: Alessandra, di cui abbiamo apprezzato la competenza e passione per la storia e l’arte ha curato tutta la ricerca storica preliminare ai lavori di restauro del Monastero.
La prima parte della visita è destinata alla chiesa del Santo Sepolcro.
LA CHIESA DEL SANTO SEPOLCRO
Nell’amena Valle d’Astino, che si adagia dolcemente sul versante sud-ovest dei colli di Bergamo Alta, al centro di un sito di rilevante importanza storico-naturalistica, si trova il complesso monumentale della Chiesa e del Monastero del S. Sepolcro, antichissimo cenobio vallombrosano fondato nel 1107.
I monaci, appartenenti alla congregazione monastica di Vallombrosa vicino a Firenze, derivata dall’Ordine Benedettino, edificarono la loro chiesa con pianta a croce “commissa”, a navata unica e con ampio transetto, tipica delle chiese vallombrosane, e la consacrarono nel 1117.
La comunità vallombrosana di Astino, dall’ineccepibile moralità e dall’azione positiva sul territorio, intrecciò fecondi rapporti con gli ecclesiastici lombardi: frequentarono Astino e vollero essere sepolti nella chiesa del S. Sepolcro i vescovi di Bergamo Gregorio (1146) e Algisio da Rosciate (1267), e il vescovo di Brescia Guala de’ Roniis (1244), che fu poi beatificato perché destinatario di una forte devozione popolare.
La chiesa fu ampliata con la costruzione della Cappella del S. Sepolcro nel 1500 ad opera dell’abate Silvestro de’ Benedictis: nella cappella, posta vicino all’ingresso della chiesa e accessibile ai fedeli e ai pellegrini, fu rappresentato il Compianto su Cristo morto attraverso un gruppo statuario, oggi perduto. Dal 1540 circa fino alla fine del secolo la chiesa fu ristrutturata e rinnovata nelle decorazioni con cicli di affreschi eseguiti dai pittori Cristoforo Baschenis il Vecchio e Giovan Battista Guarinoni, oggi in parte recuperati grazie al recente restauro. Furono realizzati nuovi arredi e nuove strutture, quali la sagrestia, il campanile e l’attuale profondo presbiterio rispondente ai dettami del Concilio di Trento. Gli aggiornamenti decorativi e le migliorie continuarono nel corso del Seicento con la commissione della pala di San Giovanni Gualberto, fondatore dell’Ordine, al fiorentino Domenico Cresti detto il Passignano e con il rinnovamento di cappelle e decori. All’inizio del XVIII secolo la necessità di un adeguamento al vigente gusto tardo-barocco nella decorazione degli interni portò alla commissione di altri affreschi, elaborati stucchi e tele ad opera di vari artisti.
Con la seconda metà del secolo inizia il declino dell’Ordine fino alla soppressione napoleonica nel 1797 che sancì la fine dell’utilizzo monastico dell’edificio. La chiesa divenne sussidiaria dell’Ospedale Maggiore nel periodo in cui, dal 1832 al 1892, il complesso fu trasformato in manicomio. Successivamente fu chiesa sussidiaria della parrocchia di Longuelo, ma la vendita della chiesa e del monastero a privati nel 1923 ne limitò fortemente la pubblica fruizione favorendone l’abbandono e il degrado, denunciato più volte dall’opinione pubblica e dalla Soprintendenza ma continuato di fatto fino ai giorni nostri.
L’incuria e il degrado della chiesa si sono interrotti nel 2007 quando l’intero complesso è stato acquistato dalla Congregazione della Misericordia Maggiore, che nel solco della sua tradizionale attività benefica con interventi di utilità sociale ha restaurato integralmente la chiesa, restituita alla città, al culto e alla pubblica fruizione. E la data non è certamente casuale. La spinta finale dei lavori è arrivata proprio dal desiderio di legare il monastero all’Expo di Milano. Ma andiamo per ordine.

IL MONASTERO DI ASTINO
Il monastero di Astino, fondato nel 1070 da alcuni monaci vallombrosani, è situato nell’omonima piccola valle situata nel Parco dei Colli, proprio dietro San Vigilio. E’ un luogo tranquillo dove la vite e i boschi dominano il paesaggio. L’edificio subì alcuni ampliamenti attorno al XV e XVI secolo ma da lì a breve iniziò un periodo di declino che si concluse nel 1797 con la chiusura del monastero e il passaggio dello stesso nelle mani di diversi proprietari che lo lasciarono in balia degli eventi e del degrado dovuto dall’abbandono. Finalmente, con l’acquisizione del complesso da parte della Fondazione MIA di Bergamo, il monastero è stato recuperato e recentemente riaperto al pubblico.
La destinazione futura del complesso non è ancora ben definita. Si parla di ospitare una scuola di alta specializzazione universitaria (probabilmente legata al turismo) ma per il momento le figure coinvolte nel progetto ci stanno ancora lavorando.

Ad ogni modo, oggi il monastero di Astino, con l’occasione fornita dall’Expo, è stato riaperto con un’interessante offerta gastronomica destinata ai suoi visitatori. All’esterno, con una bella vista sulla valle, è stato allestito un locale serale con poltroncine e divanetti mentre, all’interno, si trovano alcuni stand dedicati alla ristorazione. Questi sono ospitati nel piano interrato, dove erano localizzate le cantine. Sotto un bel soffitto in pietra e tra antiche botti in legno è possibile sorseggiare birra artigianale e gustarsi uno spuntino di prodotti locali.
Nelle sale del primo piano è stata, invece, allestita l’interessante mostra fotografica “Il futuro cibo” realizzata da National Geographic che, nei prossimi mesi, verrà affiancata da altre esposizioni. A disposizione dei visitatori si trova anche una piccola enoteca e una libreria che propone alcuni libri legati sempre al tema del cibo.

Di occasioni per venire a visitare il complesso munumentale ce ne sono davvero molte. Prima di tutto la bellezza del monastero e la curiosità di riscoprirlo. Ma ci sono anche numerosi buoni motivi per ritornare una seconda volta.
Dopo avere adeguatamente alimentato lo spirito e le nostre conoscenze agro-alimentari, storiche e artistiche, le cantine del monastero perfettamente recuperate ci hanno ospitato e permesso di dare libero sfogo alle nostre conversazioni iniziate un attimo dopo il saluto alle bandiere e il rintocco della campana da parte dei Presidenti Silvano e Diego.
Pomeriggio davvero interessante e coinvolgente che ha entusiasmato i soci che hanno espresso piena soddisfazione e gradimento per quanto ammirato e nei confronti dei nostri accompagnatori: un ringraziamento sentito a Alessandra, Gabriele ed alle bellezza di Bergamo.

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