Premesse

L’Italia è considerato uno dei paesi più belli, ricchi, creativi al mondo e…nella classifica della felicità dei suoi abitanti è al di sotto delle statistiche dei paesi più poveri dell’Africa, In Europa è stata giudicata al 47° posto.

Si litiga tanto, troppo di frequente e in modo violento. Si perde quella dignità di cui ha parlato tanto Mattarella nel discorso inaugurale del suo secondo mandato. Si litiga davanti ai figli giovani che registrano le urla dei genitori come tante ferite, difficilmente sanabili.

Non passa l’idea che noi siamo la nostra famiglia (60%…) si scaricano le colpe sulla società e sulla scuola…

Non si approfitta delle crisi come opportunità (Einstein)

In questo contesto ecco la mia intuizione:

Il litigare va considerato un’arte, vale a dire una forma di attività che mette alla prova ed esalta il talento creativo e le capacità espressive dell’essere umano. Un’arte che mira a far emergere il capolavoro, il risultato di un paziente confronto con quanti, amandoci, ci regalano le loro considerazioni, ci fanno notare le nostre manchevolezze, piangono con noi sui nostri errori e si sforzano di trasformare il limite in uno stimolo al miglioramento.

Ci chiediamo: Di chi è il sorriso dell’ottavo giorno? Mi piace immaginare che Dio, dopo aver lavorato e riposato per i primi sette giorni della Creazione, all’ottavo sorride, osservando le sue creature, troppo spesso pronte a litigare. Sorride perché guarda con benevola compassione i suoi figli, accogliendo paternamente i loro limiti. Sorride perché sa che quel litigio può diventare utile, significativo e, infine, a volte, cosa buona.

Nel primo capitolo vengono presentate alcune indicazioni, solitamente presentate durante i worldwide marriage encounter, gruppi di spiritualità matrimoniale diffusi in tutti i paesi del mondo. Sono regole finalizzate ad aiutare i coniugi a dialogare, rinnovando la loro alleanza d’amore.

Nel secondo capitolo, invece, vengono posti dei quesiti per ricercare un metodo che aiuti a litigare intelligentemente, ricorrendo all’armonia tra ragione e sentimenti.

Nel terzo capitolo vengono poi fatte delle proposte in cui la conflittualità è mostrata come mezzo da gestire intelligentemente allo scopo di cambiare il litigio in dialogo, il dialogo in comprensione, la comprensione in amore.

Ne scaturisce l’ultimo capitolo, che mostra la logica di un fecondo lavoro a due o di gruppo, in cui le potenzialità di ciascuno vengono messe a disposizione per il bene comune, affinché per tutti sorga l’ottavo giorno, il giorno del sorriso.

Suggerisco di “litigare con arte”, attraverso alcune regole desunte dal buon senso, dal sentire comune, facendo una sintesi di quanto ho appreso da genti diverse e da differenti culture”, quelle visitate e vissute in Africa, India, America Latina.

Il confronto con queste culture mette in evidenzia il fatto che gli Occidentali:

  • Non curano la formazione nell’arte d’amare
  • Affrontano l’amore con una mentalità consumistica e finiscono col consumare la possibilità di confrontarsi, ascoltare, crescere insieme
  • Sono vittime della mentalità “fai da te”, non godono quindi dell’iniziazione alla vita alla quale sono sottoposti i giovani africani e asiatici, pena l’estromissione dalla comunità
  • Non curano la formazione permanente ai valori fondamentali della vita, sia a livello umano sia a livello spirituale. Il Italia si legge pochissimo (cfr confronto con la Germania) e si programma un rumore permanente, per non essere obbligati a pensare.

Niente di nuovo sotto il sole?

Il primo serio problema che si prospetta nel Paradiso terrestre è affrontato da Adamo ed Eva con un litigio: «È stata lei»; «È stato lui»; «È colpa del serpente ». La sfiducia nei confronti di Dio porta gli esseri umani a quella diffidenza che è causa di ogni contrasto. Il figlio primogenito della coppia delle origini è litigioso, al punto che – ahimè – un suo litigio sfocia nel fratricidio. Da quel momento, inizia una storia di violenze morali, verbali e fisiche, talmente esasperate da costringere il Padre a mandare suo Figlio sulla terra, a mettere un po’ d’ordine.

Dio si fa uomo per offrire all’umanità molto più di quanto le era stato tolto in seguito al peccato delle origini. Cristo parla da profeta e riceve la mercede del profeta: la morte in croce. Ma ciò non si risolve in una sciagura. Anche per Lui c’è l’«ottavo giorno»: la resurrezione.

Tutto sembra finito bene, ma… il virus del litigio rimane sulla terra. Perché Cristo, onnipotente come il Padre, non lo annulla? In un universo in cui tutto ha un ordine, un senso, un perché e una finalità, quel virus  non può essere semplicemente dimenticato o lasciato al caso: esso, pur avendo in sé un germe di morte, potenzialmente può convertirsi in un supplemento di vita.

Questo concetto riecheggia in una parabola indiana. In un antico convento vivono dei monaci seriamente impegnati nel loro lavoro. Purtroppo, appaiono tristi, incapaci di sorridere, preoccupati come sono del cattivo comportamento degli esseri umani sulla terra. In quel luogo adibito alla meditazione e alla preghiera, un po’ alla volta si discostano dai loro ideali di vita religiosa e si abbandonano al pettegolezzo e a continue discussioni. La reciproca mancanza di fiducia favorisce un clima improntato alla diffidenza e al sospetto reciproco. Non essendo più attraente, il convento comincia a svuotarsi. Non ci sono più nuove vocazioni. Muoiono i più anziani e i monaci che restano vivono ripiegati sulla loro acredine. Il priore, preoccupato, decide di consultare un santo eremita, per scoprire il motivo di quella penosa situazione. Sale la montagna e trova l’uomo di Dio assorto in preghiera. Gli espone il caso e ha in dono questa risposta: «Uno di voi è il Messia e voi non ve ne siete mai accorti ». Di corsa, il priore torna al convento e riferisce ai monaci le parole dell’eremita. Silenzio. Stupore. E curiosità: «E se fra Carlo fosse il Messia? ». «Se il bravo portinaio fosse il Messia?». «E se il buono e simpatico cuoco fosse il Messia? ». «Ma anche il serio giardiniere potrebbe essere il Messia…». L’uno s’inchina al passaggio dell’altro: non si sa mai… Potrebbe essere il Messia! L’atmosfera del convento cambia radicalmente. Tornano i sorrisi e i canti. Tornano a fiorire le vocazioni.

«Uno de nosotros es Dios», si va ripetendo nell’America Latina. E se uno di noi è Dio, noi, suoi fratelli, siamo Dio. Sta a noi vivere «da Dio»: tendere all’alto, sforzarci gradualmente di estirpare la litigiosità o per lo meno di imparare a servirci di essa per far emergere le nostre potenzialità.

Nell’incontro-scontro, regolato da intelligenza e cuore, può nascere qualche cosa di grande: impariamo a conoscerci, smussiamo le angolosità, ci sforziamo di metterci nei panni degli altri, allarghiamo i nostri orizzonti, grazie alla molteplicità dei punti di vista di quanti accettano la logica dell’arte di litigare.

Nel subcontinente indiano ho appreso l’arte di porre domande, più che quella di dare risposte. Per cui, nel secondo capitolo: «Una sana crisi », pongo dei quesiti per vedere se la saggezza popolare e la psicologia riescano a far cadere le nostre false certezze, per metterci alla ricerca di un metodo che ci aiuti a litigare intelligentemente, ricorrendo all’armonia che dovrebbe esistere tra cervello e cuore, ragione e sentimenti.

In Africa ho compreso l’importanza della volontà di tornare sempre da capo: i poveri, per sopravvivere, sanno che devono perdonare e sfruttare ogni risorsa per danzare la vita.

Perdonare, perché anche Dio non fa altro che perdonarci.

Perdonare imitando Cristo che, sulla croce, non solo perdona, ma giustifica i suoi persecutori e per essi prega.

Perdonare anche il tradimento del coniuge: può nascere un amore più grande del precedente.

Perdonare, non perché il coniuge lo meriti , ma perché tu meriti la pace.

Perdonare per tornare ad imparare che cosa esiga l’amore, che cosa significhi amare, che cosa implichi il credere nell’amore:

  • Non si merita l’amore. Si accoglie.
  • Sconfitte: occasioni per tornare da capo. Crisi: opportunità per cambiare vita. Sofferenze: palestre per apprendere l’amore.
  • Non essere esigente con l’amore: esso si accoglie, non si merita. Non pretendere l’amore: varrà da te al momento opportuno. Non essere irruente nell’amore: s’impone e regna in virtù di se stesso.
  • Non esiste il “troppo” nell’amore: siamo creati per l’Infinito.
  • L’amore comprende, giustifica e perdona tutto. Affonda le sue radici nel silenzio di Dio. L’amore non giudica, redime.
  • Non è mai vano aver amato e amare. L’amore non si semina nel vento. Sempre rifiorisce sulle nostre cicatrici . L’amare ha in sé la sua ricompensa così come l’odiare ha in sé la sua pena.
  • Quando ami una persona la vedi e la rendi bella. Quando le vuoi male, ti appare e la rendi brutta.
  • Non aspettare la partenza per dire: “Ti amo”. Non aspettare la lontananza per scrivere : “Ti amo”. Non aspettare la morte per esprimere con  le lacrime. “Ti amo”.

Conclusione

Un consiglio di papa Francesco:

“Io sempre ai novelli sposi do questo consiglio: litigate quanto volete, se volano piatti lasciateli volare, ma non finite mai la giornata senza fare la pace”.

E un aneddoto: L’acqua santa in bocca. Rincasando dal lavoro, ogni sera, il marito riversava le sue frustrazioni psicologiche e tutte le sue tensioni sulla moglie, provocando sempre disgustosi litigi. Stanca della situazione, quella povera donna andò a chiedere consiglio a un frate, da tutti ritenuto santo. Dopo averla pazientemente ascoltata, l’uomo di Dio le diede una bottiglietta d’acqua santa, suggerendole: «Appena sente i passi di suo marito, di ritorno dal lavoro, prenda un sorso d’acqua santa e la tenga in bocca per un buon momento». La moglie fece puntualmente quanto le era stato suggerito. La prima sera, il marito urlò come al solito e lasciò la cucina sbattendo la porta. La moglie, zitta, faceva girare in bocca l’acqua santa, quasi per estrarre da essa ogni benedizione. La seconda sera si ripeté la stessa scena. E così fu per le sere seguenti, ma il marito restava sempre più perplesso di fronte al silenzio della sua donna. La tensione andava scemando. La porta era sbattuta con meno violenza. Finché quell’uomo rientrò in casa in punta di piedi e chiese alla moglie se volesse uscire a cena. La donna corse dal frate, gridando entusiasta: «La sua acqua santa è veramente miracolosa! ».

Di miracoloso, nei rapporti umani, spesso c’è il silenzio. Ma non quel silenzio cupo che potrebbe suonare come rottura con sé, con l’altro e con le cose, bensì quel  tacere che deriva dalla volontà di ascoltare, dal desiderio di mettersi nei panni dell’altro, dalla determinazione di spendere le proprie energie in modo costruttivo, anziché bruciarle in esplosioni di collera, dalla decisione di convertire le ferite in « feritoie » che ci aprano all’altro, in opportunità di crescita. Per ascoltare l’altro occorre avere la forza di stare zitti e permettere lo sfogo. Se all’offesa iniziale si risponde con insulti, si parte male: un rapporto di reciproche ferite non porterà a una conclusione intelligente. Nella migliore delle ipotesi, si arriverà a una momentanea tregua, per riprendere poi a «scannarsi» il giorno dopo, con forze più fresche. È «miracoloso» non quel silenzio che irrita, nell’indifferenza o nel disprezzo, ma quella muta vicinanza colma di attenzione all’altro, carica di «empatia », cioè di attitudine a porsi nei panni di un’altra persona, senza lasciarsi però coinvolgere da sentimenti talmente forti da perdere la necessaria lucidità di giudizio e la capacità di intervenire, intelligentemente, al momento opportuno. Tale empatia e il crescendo di immedesimazione con l’altro diventano fecondi: incanalano le pulsioni, le forze e le sofferenze dei litigi in un fiume che, anziché provocare disastri, è utilizzato per irrigare i campi e lenire i contrasti, muovere i mulini e scuotere dall’inerzia, generare energia e rinnovare le forze. Ciò costituisce una ricchezza per tutti. È umanamente concepibile che ogni tanto, di fronte a una provocazione si risponda per le rime e si alzi la voce. È però importante riandare a ciò che è capitato per rileggere il fatto con un’ottica diversa, per sdrammatizzare e chiedersi reciprocamente perdono. Sì, sdrammatizzare! Se l’insulto della persona amata offende, prima di iniziare il litigio, l’interessato provi a mettersi nudo davanti a un grande specchio, alzi la testa, incroci le braccia e ripeta lentamente: «Sua maestà è altamente offesa». Poi si guardi così, bello come è stato creato! Tutto si ridimensionerà. Tornerà il sorriso sulle sue labbra. Di nascosto, sorriderà anche l’offensore, già in cuor suo pentito d’aver provocato un piccolo guaio. E allora anche il buon Dio, dall’alto dei suoi cieli, farà festa; tornerà a celebrare l’ottavo giorno: ”il giorno del sorriso”.

Valentino Salvoldi

www.salvoldi.org

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