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Ristorante  “Palazzo Colleoni” Cortenuova

Martedì 17 maggio 2016

INTERCLUB GRUPPO ORBICO 2:

R.C. ROMANO DI LOMBARDIA,

R.C. TREVIGLIO E PIANURA BERGAMASCA,

R.C. DALMINE CENTENARIO E

R.C. SARNICO VAL CAVALLINA

con la presenza di R.C. Soncino

Medicina di domani, Etica di ieri

Relatore: Prof. Giuseppe Remuzzi *

 

Anche i soci che arrivano molto prima dell’orario stabilito  a Palazzo Colleoni si rendono conto che qualcuno è arrivato prima di loro, questo è il segnale che ci fa capire che c’è molta attesa per una serata da non dimenticare. Il venticello leggero che sfiora il parco d’ingresso del Palazzo accompagna il sapore della compagnia di tanti convenuti, della amicizia che salda i club partecipanti e della scienza che sarà oggetto della relazione che ci attende.

Il viaggio tra le eccellenze della nostra provincia, nel programma del R.C. Romano,  continua questa sera con l’incontro in Interclub dei Rotary bergamaschi di fuori città con il Prof. Giuseppe Remuzzi, uomo e scienziato universalmente conosciuto ed apprezzato nel mondo medico che ci ha fatto l’onore di accettare il nostro invito unitamente alla consorte dott.ssa Nadia Ghisalberti, Assessore alla Cultura del comune di Bergamo.

Il Presidente Diego Finazzi, fa gli onori di casa accogliendo i moltissimi soci, ospiti e amici che hanno voluto essere presenti alla serata; presenti anche l’Assistente del Governatore per il gruppo Orobico 2, Sergio Moroni e l’ADG incoming, Umberto Romano, mentre i Club sono rappresentati dai rispettivi Presidenti: Silvano Onori per l’R.C. DALMINE, Giuseppe Facchetti per l’R.C. TREVIGLIO e l’Incaming Alberto Nacci per l’R.C. SARNICO. Partecipa all’evento anche una buona rappresentanza dell’R.C. SONCINO, con in testa il Presidente Gianbattista Guarichi, sottolineando la vicinanza con il nostro club.

Il suono della campana, gli onori alle bandiere, i saluti di rito con la presentazione degli ospiti e relatori da inizio all’incontro nello splendido salone superiore di Palazzo Colleoni, dopo alcune comunicazioni, il Presidente Diego passa alla presentazione del nostro relatore anche se per volere dello stesso si limita ad alcuni passi essenziali; quando prende la parola il Prof. Remuzzi la sala è carica della voglia di ascoltare.

Il relatore, a sorpresa,  esordisce parlandoci di Camillo Benso conte di Cavour  e della malattia che lo portò alla morte significando che cotanto personaggio ebbe una assistenza medica non adeguata; infatti la autorevole stampa medica dell’epoca esprime costernazione e disappunto rispetto alle cure che sono state applicate ad un uomo meritevole di ammirazione incondizionata , un uomo dall’intelletto sagace che vedeva ben più in là della politica, letterato che sapeva di scienza e ne capiva il valore: L’analisi del New England è impietosa “febbre, ripetuti salassi, e in più bagni caldi e poltiglie di senape, avrebbero ucciso un cavallo”, e non basta “c’è indignazione in tutta Europa per una vita che poteva essere risparmiata e che venne sacrificata sull’altare del pregiudizio di medici antiquati e supponenti”.

Queste le considerazioni della stampa inglese, eppure, commenta il Prof, Remuzzi, gli inglesi avevano imparato la medicina dagli italiani. Fin dal 1500 l’Università di Padova ebbe nel corpo docente grandissimi chirurghi e maestri di medicina e a quei tempi, chiunque aspirasse ad essere un medico di valore veniva a studiare in Italia. In seguito però tutto è cambiato e il giornale inglese “Lancet” cerca di dare una spiegazione: negli stessi giorni in cui moriva Cavour, lo Stato Pontificio, quello stesso che trecento anni prima aveva perseguitato Galileo e che faceva di tutto per opporsi alla Scienza, aveva cacciato i migliori medici.

Quello che seguì fu un periodo molto buio per la medicina Italiana, da noi i dottori erano rimasti poco più che ciarlatani, continue dispute e pratiche obsolete ci hanno tenuto lontani dai circuiti della medicina vera; addirittura si arrivò a temere che i Congressi medici  potessero diventare congressi di liberali e sovversivi.

Le conseguenze di quel brutto periodo si sono fatte sentire e forse ne risentiamo anche oggi visto che nel frattempo la medicina ha fatto infiniti passi in avanti, con uno scarso o nullo contributo italiano, salvo rarissime eccezioni. Gli italiani che hanno avuto il Premio Nobel per la medicina e la fisiologia sono stati solo sei ma quattro di loro (Salvador Luria, Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini e Mario Capecchi) lavoravano negli Stati Uniti. Le ragioni sono tante e in parte note, abbiamo meno ricercatori di tutti, degli Stati Uniti, del Giappone, di tutti gli altri paesi d’Europa. Investiamo in ricerca un terzo di quello che investono gli Stati Uniti, il Giappone e la metà di Francia, Germania e Regno Unito.

Tra le migliori Università mondiali non ne figura nessuna italiana, peccato perché oggi l’Italia ha scienziati di prim’ordine in tutte le discipline, si immagini infatti, continua il Prof. Remuzzi, che la  su 106 paesi siamo al dodicesimo posto per le citazioni dei lavori di nostri scienziati e siamo secondi solo alla Francia per qualità delle prestazioni del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

La considerazione spontanea è che manca la politica. Alla vigilia delle elezioni, si sente promettere che ci saranno più soldi per la ricerca, che si riformeranno le Università, che i ricercatori migliori e i medici migliori potranno avere una carriera accademica anche da noi. Tutte promesse che svaniscono regolarmente qualche settimana dopo.

L’amara considerazione del relatore è che nei governi che si sono succeduti negli ultimi  anni ci sia stato sempre qualcuno che  è contro la scienza per principio o per convinzioni religiose.

Esempio inconfutabile sono alcuni ambiti di ricerca medica:la fecondazioni assistita, la ricerca sulle cellule staminali e le decisioni di fine vita.

Per un medico mettere in pratica le indicazione della nostra legge sulla fecondazione assistita è davvero difficile. C’è di fatto una contraddizione tra legge e conoscenze scientifiche, infatti  la legge vieta qualsiasi forma di selezione degli embrioni che certe volte è necessaria per non mettere al mondo bambini con gravi anomalie genetiche e impone invece che gli embrioni della  fecondazione in vitro vadano messi tutti nell’utero così come sono. Se mai si abortirà dopo, quando si vedrà che il feto è malato.

Lo stesso per la ricerca con le cellule staminali embrionali. Le possiamo usare ma non le possiamo produrre nemmeno da embrioni. Mentre noi discutiamo se le cellule debbano essere embrionali o adulte, in Asia le cliniche che promettono miracoli con le cellule sono sempre di più. E ci sono attività al limite fra ricerca e affari che vengono presentate in un modo alla comunità scientifica e in un modo completamente diverso agli ammalati.

In Italia un docente di psicologia dice di aver inventato una cura che guarirebbe gravi malattie del sistema nervoso, dal Parkinson, alla malattia del motoneurone, al coma. E’ basata su cellule del midollo che si trasformerebbero in cellule del sistema nervoso. Cominciano a praticare queste teorie  a Brescia ma le autorizzazioni non ci sono e così i giudici di Torino mettono sotto accusa il metodo e chi lo propone – l’ipotesi di reato è associazione a delinquere e truffa – e le cure vengono sospese. La gente protesta, intervengono le trasmissioni televisivive, fanno servizi su una bimba ammalata di leucodistrofia metacromatica che dopo la cura Stamina sta meglio.

Sul caso, ci dice Remuzzi, interviene anche Celentano con una pagina intera sul Corriere, con argomentazioni non baate su conoscenze scientifiche. Nel dibattito che ne segue tra Celentano e Remuzzi, quest’ultimo chiede a Adriano, che nel suo lavoro è rigoroso e cerca la perfezione, lasci che la scienza faccia lo stesso nel suo lavoro.

Stamina non segue queste regole e le conoscenze in questo campo non si improvvisano. E allora le cellule non crescono, si modificano, muoiono: confermando così quello che avevano visto all’Istituto Superiore di Sanità nel controllare i preparati di Stamina. La cosa che lascia senza parole è che tutto questo lo si è fatto in strutture pubbliche.

Come se non bastasse, i medici che infondono questi preparati dicono di non sapere cosa infondono, e così  violano sia le leggi dello Stato che  quelle dell’etica. “E allora perché  lo fate ?” – chiedo un giorno Remuzzi a uno di loro – “Ce lo impongono i giudici “ è la risposta. “I giudici ? Non spetta a loro stabilire cosa si può  fare e cosa no per curare le malattie” .”Noi non prescriviamo nulla – dicono i giudici – noi disponiamo che si dia seguito alla prescrizione di un medico”. Iniettare quei preparati è pericoloso, dentro ci sono impurità e contaminanti come hanno stabilito a suo tempo gli esperti del ministero: ecco perché i medici che hanno creduto a Vannoni hanno dovuto rispondere di associazione a delinquere e truffa. Ma non dovrebbe essere così anche per i giudici che hanno imposto ai medici di praticare quelle infusioni, persino ai bambini?

Circa la problematica legata al fine vita, viene proposto il caso di Terry Schiavo, che aveva avuto un attacco di cuore, il cuore s’era fermato per un breve periodo e la mancanza di ossigeno aveva danneggiato il cervello. E’ rimasta in stato vegetativo per 17 anni, nutrita e idratata. Quando hanno deciso di sospendere l’idratazione, l’autopsia ha confermato quello che i medici sapevano. Il cervello pesava la metà del peso di un cervello normale, il tessuto normale era sostituito da tessuto necrotico. Non avrebbe mai potuto bere, né alimentarsi da sola perché i centri nervosi che governano la deglutizione erano morti. Terry Schiavo apriva e chiudeva gli occhi ma non vedeva perché anche i centri nervosi che controllano la visione nel suo cervello non c’erano più. Martin Samuels, che ha studiato il cervello di Terry Schiavo, ha commentato: “There are just no neurons” .

Una persona di buon senso, sostiene “Trovo molto ipocrita che nella nostra società non si possa morire dignitosamente. Viene uno con trecento malattie, perché deve morire in rianimazione dopo mesi di ventilazione meccanica? Non è umano. Siamo mortali e dovremmo per un momento poterlo accettare” .

Altro caso che viene presentato e quello di DeBakey, il più grande cardiochirurgo del mondo. Un giorno DeBakey ha un dolore violentissimo al petto; l’aorta – la sua questa volta – si sta lacerando, ma non si trova un anestesista disposto ad addormentarlo. Rischio troppo alto – dicono – e si capisce: DeBakey ha 97 anni (e nessuno ha voglia di passare alla storia per quello che lo ha fatto morire in sala operatoria). Così nessuno decide e intanto DeBakey si aggrava.

George Noon, uno che con DeBakey aveva lavorato per 40 anni, sa che non c’è alternativa:  si opera, o DeBakey muore. L’anestesista alla fine si trova. DeBakey dopo la chirurgia finisce in rianimazione, una macchina che respira per lui, alimentazione forzata  e serve la dialisi. Si va avanti così per settimane senza che DeBakey si riprenda.

Alla fine però DeBarkey si riprende,  “I dottori – ha detto – in casi così devono sapere decidere senza bisogno di comitati”.

Se dobbiamo commentare, allora dice il Prof. Remuzzi, fare il medico è rianimare, ma anche saper sospendere le cure quando sono inutili.

Ogni giorno, in qualche parte del mondo, qualche medico è chiamato a risolvere problemi. La domanda è “Come li risolvono medici e infermieri i problemi veri?”. Quelli che lo fanno bene hanno molte conoscenze e tanto buon senso.

Scienza e buon senso se questa è la ricetta allora l’etica è parte integrante della scienza e “ci richiede di essere consistenti e di giustificare quello che facciamo e le interpretazioni che diamo ai fenomeni biologici”

Occorre non considerare più gli scienziati come persone che stanno dall’altra parte e sforzarsi di capire il metodo con cui funziona la scienza e le sue regole. Se chi ha paura dei passi avanti della medicina avesse più familiarità con le cose della scienza, si renderebbe subito conto che sono proprio gli scienziati a poter trovare le soluzioni ai problemi dell’etica. E c’è un’altra buona ragione per chiederglielo, sono i soli che lo possono fare davvero.

Questo è l’assunto finale del Professore e a suggello di questa affermazione ci riporta le parole di Papa Giovanni XXIII nei suoi ultimi giorni di vita: “Chi è stato, come fui io, vent’anni in Oriente, otto in Francia e ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse, sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne le opportunità e di guardare lontano”.

D’altra parte il metro di giudizio di Papa Giovanni XXIII che, per gli  affari ecclesiastici si riduce a una scala di tre gradini: come a Bergamo, meno che a Bergamo e raramente più che a Bergamo.

Un grande e meritassimo applauso accoglie la relazione presentata dal Prof. Remuzzi che ha fatto luce su una dei temi più controversi della nostra società nei nostri giorni. Molte gli interventi che sono seguiti cui Remuzzi ha dato risposte in linea con la tesi sostenuta nel suo intervento: “ La scienza è profondamente etica”.

La serata si conclude con i ringraziamenti del presidente Diego Finazzi e dei colleghi degli altri club al relatore cui sono stati consegnati i guidoncini  dei Rotary di provenienza, un particolare ringraziamento alla Dott. Nadia Ghisalberti che ci ha aperto la possibilità di una serata decisamente intensa sotto molti punti di vista.

Tocco della campana e si torna alle nostre abitazioni pronti ai prossimi appuntamenti.

dieffe

* Giuseppe Remuzzi

Il Prof. Giuseppe Remuzzi si è laureato in Medicina e Chirurgia a Pavia nel 1974.
Nel 1977 si è specializzato presso l’Università di Milano in Ematologia Clinica e di Laboratorio e nel 1980 si é specializzato in Nefrologia Medica presso la stessa Università.
Dal 1996 al 2013 ha ricoperto l’incarico di Direttore del Dipartimento Pubblico-Privato di Immunologia e Clinica dei Trapianti di Organo (collaborazione tra Ospedali Riuniti di Bergamo e Istituto Mario Negri), dal 1999 è direttore dell’U.O. di Nefrologia e Dialisi e dal 2011, Direttore del Dipartimento di Medicina dell’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII (ex Ospedali Riuniti) di Bergamo.

Fin dall’inizio della sua attività il Prof. Remuzzi ha affiancato al lavoro clinico in Ospedale un’intensa attività didattica e di ricerca. Da quando l’Istituto Mario Negri ha aperto la sua sede a Bergamo, il Prof. Remuzzi coordina tutte le attività di ricerca della sede di Bergamo dell’Istituto Mario Negri e dal 1992 del Centro di Ricerche Cliniche per le Malattie Rare ‘Aldo e Cele Daccò’ a Ranica (BG).

La sua attività scientifica riguarda soprattutto le cause dei meccanismi di progressione delle malattie renali.
Il Prof. Remuzzi ha anche fatto molti studi nel campo del rigetto del trapianto. In questo settore gli studi recenti del Prof. Remuzzi e dei suoi collaboratori hanno dimostrato per la prima volta che è possibile ottenere nell’animale la sopravvivenza indefinita di un organo incompatibile senza farmaci antirigetto “educando” il timo a riconoscere l’organo trapiantato come proprio.

Nelle sue ricerche ha inoltre affrontato il problema del grande divario tra limitata disponibilità di organi da trapiantare e crescente numero di pazienti in attesa di un trapianto. Con un approccio innovativo (trapianto di due reni di persone anziane in un solo ricevente, dopo accurata valutazione delle condizioni degli organi) queste ricerche hanno permesso di aumentare il numero dei trapiantati. Le ricerche più recenti riguardano le possibilità di rigenerare i tessuti e creare organi in laboratorio utilizzando cellule staminali.

E’ l’unico italiano ad essere membro del Comitato di redazione delle riviste “The Lancet” e “New England Journal of Medicine” (1998-giugno 2013); è stato uno dei vice-direttori della rivista “American Journal of Kidney Diseases. Nel 2003 è stato nominato Professore Onorario presso l’Università di Maastricht e Professore Aggiunto dello Scripps Research Institute di La Jolla, Stati Uniti e nel 2008 Professore Onorario presso l’università di Cordoba, Argentina.

E’ membro del “Gruppo 2003”, scienziati italiani più citati al mondo della letteratura scientifica. Ha ricevuto nel 2006 il riconoscimento di Commendatore della Repubblica ed è stato insignito dalla Società Americana di Nefrologia (ASN) del più prestigioso premio nel campo della nefrologia, il “John P. Peters Award” (novembre 2007). Ad aprile 2011 ha ricevuto l’ISN AMGEN Award durante il Congresso Mondiale di Nefrologia a Vancouver. A novembre 2011 è stato il vincitore della terza edizione del premio internazionale per la nefrologia “Luis Hernando” assegnato dalla Iñigo Alvarez de Toledo Renal Foundation (FRIAT) a Madrid.

Dal giugno 2013 è presidente della International Society of Nephrology (ISN). E’ ideatore del progetto chiamato “0 by 25”: Zero morti per insufficienza renale acuta non curata entro il 2025 nei paesi poveri. La speranza è che l’ISN contribuisca nel corso del decennio prossimo a far sì che si possa ridurre il tasso di mortalità dell’insufficienza renale acuta a livello globale .

A giugno 2015 è stato nominato “chiara fama” Professore di Nefrologia del Dipartimento Scienze Biomediche e Cliniche dell’Università degli Studi di Milano.

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