Nella serata del 3 Maggio, a Palazzo Colleoni, i relatori della conviviale sono stati quattro adolescenti di Cologno al Serio, invitati dal presidente Diego Lorenzi a parlare della loro fede. Tema della serata era infatti “Discernimento e fede a confronto con gli adolescenti”.
I quattro ragazzi, Filippo Locatelli, Giovanni Gualandris, Francesco Bonati e Pietro De Marchi, hanno tutti diciassette anni e frequentano il liceo, chi scientifico tradizionale, chi scienze applicate e chi l’artistico. Entro la fine dell’anno diventeranno maggiorenni, entrando quindi a far parte del “mondo degli adulti”. Un’altra caratteristica comune è che frequentano l’Oratorio e la catechesi, motivo per il quale conoscono Diego, loro catechista insieme ad altri colleghi e a don Davide, curato di Cologno (presenti alla serata come ospiti del presidente).
Le similitudini finiscono qui. Anche perché, sul tema della fede, ognuno di loro ha raccontato una storia, la propria, diversa da tutte le altre, personale e profonda.
La presentazione è iniziata con un breve video introduttivo relativo all’importanza di essere sé stessi, di essere guardati per quello che si è, di come Dio guarda in questo modo ognuno di noi; di come, dopo l’incontro con Dio, pur rimanendo te stesso, cambi e non sei più come prima; di come trova Dio solo chi Lo cerca o meglio, se Lo cerchi, è Lui a trovare te.
Il primo a prendere parola è stato Filippo:
Noi, pian piano, stiamo diventando grandi. Diventiamo grandi grazie agli incontri che facciamo, ad alcune esperienze decisive che viviamo. Il mondo in cui viviamo, il nostro mondo di oggi è complicato: guerre, pandemie… ho pensato a come si possono essere sentiti gli adolescenti ucraini che un paio di mesi fa si sono svegliati ed erano in guerra. Il nostro futuro è fragile. Dobbiamo essere/diventare flessibili, aperti agli spunti e agli accadimenti di ogni giorno. Parlando della fede, la fede la vedo come una cosa astratta e quindi difficile da comprendere e da spiegare. Per poterla fare mia mi ricollego alla parola FIDUCIA; fiducia nel don, nei catechisti, nei genitori, nella famiglia. I genitori in particolare, fin da piccolo, mi hanno spinto a fare esperienze legate alla fede: andare a messa, frequentare la catechesi. All’inizio era un peso, non mi piaceva. Ora li ringrazio perché queste esperienze e l’Oratorio, con le sue iniziative e le persone che lo vivono, mi hanno reso la persona che sono. Grazie all’Oratorio abbiamo potuto vivere momenti unici. In un ritiro a Torino con il precedente curato, don Gabriele, abbiamo aiutato la Comunità Sant’Egidio a portare un pasto ai senzatetto. Ricordo la signora Maria, che viveva in strada dopo aver perso il lavoro; ha raccontato del suo passato in RAI come cantante e di come poi la vita sia diventata difficile. Lei, come le altre persone presenti, più che del pasto caldo, avevano bisogno di scambiare qualche parola e sorriso e noi, per una sera, abbiamo donato loro tutto questo. Noi ragazzi dobbiamo investire nel nostro futuro, vivere con fede, accogliendo quello che viene, con coraggio, buttandoci, scegliendo. Il mondo della fede e dell’Oratorio è una libera scelta, personale. Può segnare la tua vita e insegnarti come vivere, come “stare dentro alle cose”. Con l’Oratorio ho iniziato anche l’attività di volontariato. Da tre anni sono animatore in Oratorio e questa attività mi ha fatto percepire la vicinanza della nostra comunità cristiana, il suo abbraccio. Come animatore del CRE (Centro Ricreativo Estivo) ho imparato a prendermi cura dei più piccoli, ad essere responsabile e paziente. L’oratorio e la catechesi sono una palestra di vita, donano l’opportunità di confrontarsi, vedere le differenze e le peculiarità di ognuno e rispettarle, fanno nascere riflessioni che continuano anche dopo l’ora di catechesi e che ti aiutano a crescere. Un argomento di cui abbiamo parlato, per esempio, è stata la definizione di COMFORT-ZONE: con la pandemia tanti ragazzi si sono chiusi in sé stessi, prima per la quarantena, poi per paura o comodità; hanno difficoltà ad aprirsi, ad uscire dal questa comfort-zone, che è quasi una prigione dorata. Per il mio e il nostro futuro ho solo un augurio: lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato; essere la migliore versione di noi stessi.
La parola è passata a Giovanni:
Il rapporto con la fede richiede coraggio, coraggio anche nel condividerla con gli altri, nel discuterne senza timori e di professarla con convinzione. I miei genitori, fin da quando ero piccolo, si incontravano con altri genitori e famiglie e mentre noi figli giocavamo, loro si confrontavano sulla fede, sul credere, sui dubbi. Questo mi ha insegnato l’importanza di sapere vivere un Credo insieme a tutte le relazioni della propria vita, familiari e amicali, senza paura di scontrarsi contro giudizi sprezzanti, ma convinti della propria fede. Crescere significa rivedere la fede, metterla in discussione. Oggi, e da qualche anno, il mio rapporto con Dio si può riassumere nella parola SILENZIO. Io credo ma sento silenzio da pare di Dio. Non sento risposte. E questo spesso è demoralizzante. L’Oratorio mi aiuta a vivere la fede, anche e nonostante questo silenzio. In Oratorio, nel nostro gruppo di catechesi, c’è una ragazza, Aurora, poco più grande di noi, che ha un grande entusiasmo e un’incredibile capacità a vedere Dio anche nelle cose più piccole. Per esempio, sempre a Torino con la Comunità di Sant’Egidio, mi ha raccontato che, mentre serviva il cibo a dei senzatetto uno di loro ha rifiutato la sua porzione di pasta affinché ne rimanesse abbastanza per gli altri dopo di lui. Lì lei ha visto Dio. Più di recente mi ha detto di aver visto Dio in una situazione che si è venuta a creare nel nostro Oratorio dopo l’arrivo di una famiglia ucraina, madre e due figli, dei quali il minore, un maschietto, attratto dai campi da calcio e da basket, pur non sapendo una parola di italiano, si è messo a giocare con i bambini presenti, i quali, a loro volta, pur non sapendo una parola di ucraino, sono riusciti a coinvolgerlo, a comprendersi nonostante la barriera linguistica. La mia speranza è riuscire a superare questo silenzio di Dio imparando a vederlo nelle piccole cose di ogni giorno.
A seguire la testimonianza di Francesco:
Io sono il maggiore di cinque figli e ho quattro sorelle. I miei genitori sono particolarmente religiosi e mia mamma ha una formazione specifica legata alla teologia e alla religione. I miei genitori mi hanno dato una forte impostazione cristiana fin da piccolo. Tuttavia, quando sei un bambino la tua fede è specchio di quello che ti dicono i tuoi genitori, ti fidi senza pensare, è una fede bambina. Questa fede un po’ ingenua mi ha accompagnato fino alle scuole superiori. Ho scelto l’indirizzo scientifico scienze applicate. Questa impostazione scientifica mi ha fatto mettere in discussione un po’ tutto. Quello che mi insegnavano a volte si scontrava con quanto mi dicevano in famiglia. Non era più così facile conciliare quello che la mia famiglia mi aveva sempre insegnato con quello che apprendevo a scuola. La mia fede ha iniziato a incrinarsi, ho iniziato a farmi delle domande, a dubitare. L’estate scorsa c’è stato l’apice di questa messa in discussione. Durante un campo estivo dell’oratorio ci sono state date sei domande fondamentali della fede come “Chi è Dio?”, “Credi in Dio?”, alle quali rispondere in un’ora, quando ne sarebbero servite molte di più. Sconfortato, anzi proprio arrabbiato, per questo compito impossibile, alla domanda “Credi in Dio?” ho detto NO. Mi sono rifiutato di rispondere se il tempo a mia disposizione per un tema come questo erano dieci minuti. In famiglia questa presa di posizione e questo fatto ha creato ulteriori dubbi e domande in me. Pertanto ho iniziato il nuovo anno catechistico in cerca di risposte. Ora, per descrivere il mio rapporto con Dio userei la parola IN RICERCA. In questa ricerca l’Oratorio ha un grosso peso. Permette di approfondire la fede e soprattutto di avere contatto umano, per me molto importante dopo questi anni di pandemia. Inoltre, quando sei in oratorio, c’è sempre qualcosa da fare, una mano da dare. Nel futuro il mio desiderio è di trovare risposte a queste domande, alle domande importanti della vita e della fede.
Infine, la parola passa a Pietro:
Non mi definisco credente in Dio o in una qualsiasi divinità. Tuttavia ho capito che ognuno ha bisogno di credere in qualcosa per andare avanti, che sia un dio, i soldi, sé stesso, la madre terra…Visto che, relativamente al tema della fede, non ho molto da condividere parlerò dell’Oratorio. L’oratorio per me è come una famiglia allargata. In famiglia noi siamo in sei, ho una sorella maggiore e due minori, con età tra i 22 anni e i 7. Quando vado in oratorio è come stare in casa perché puoi trovare i bambini che giocano a calcio insieme agli anziani al bar che condividono utili consigli, come a casa mia trovi la piccola che ha un altoparlante al posto delle corde vocali e la saggia figura paterna. In casa ho sempre sentito forte la fede. A un certo punto ho iniziato a dubitare. Ho assunto la consapevolezza che il credere sia necessario ma che non serva per forza credere in Dio. Ho sentito un sovraccarico della figura di Gesù nella mia vita, tanto da decidere di distaccarmi da Lui: un distacco dato dalla mia non necessità di avere Gesù sempre vicino.
Terminata l’esposizione dei ragazzi si sono succedute alcune domande:
Ritenete che, se questa ricerca non dovesse portare a nulla, è stata comunque utile per formarvi come cittadini con valori etici, morali e sociali buoni?
Tutti e quattro hanno concordato che sì, anche in caso di ricerca infruttuosa di Dio, la stessa è importante in quanto tale. La ricerca è sempre positiva, ti da’ quell’agilità mentale utile anche nella vita laica e consegna principi morali corretti che ti rendono un buon cittadino, se non un buon cristiano.
Ringraziando per la vostra spontaneità e naturalezza nel parlare di temi personali come la fede, i sentimenti e lo stato d’animo, che ritengo sia un valore, percepisco in tutti voi questa ricerca ansiosa di una certezza che difficilmente si può trovare, non sono da giovani ma in tutta una vita. Le risposte le avremo solo dopo la morte. Questo bisogno di trovare una certezza è in tutti noi, come la fede è un bisogno dell’uomo perché da’ speranza dopo la morte. Mi chiedo però cosa vogliate fare da grandi, come immaginate il vostro futuro.
Filippo: vorrei fare l’ENOLOGO, occuparmi di vino. Il don una volta mi ha chiesto una riflessione in merito al perché Gesù avesse scelto proprio il vino, insieme al pane, per i suoi miracoli e per la sua cena. Penso che Gesù, quando si è fatto uomo, abbia preso anche alcune debolezze dell’uomo come le passioni e i piaceri della vita e magari uno di questi era proprio il vino. Questa riflessione fa crescere in me la consapevolezza che la fede possa tranquillamente permeare anche la mia vita adulta e che il lavoro possa risultare un cammino di fede oltre che di vita.
Giovanni: mi piacerebbe lavorare nell’ambito della FISICA. Grazie alla mia professoressa, la fisica mi appassiona sempre di più. Mi appassiona il fatto che l’uomo riesca a spiegare e capire quello che lo circonda, dando ordine al mondo, rendendolo comprensibile. C’è una frase nel laboratorio a scuola che mi ha colpito da subito, anche se ci ho messo un po’ a capirla: “Perché c’è qualcosa piuttosto che nulla?”. La fisica, questa frase, la possibilità di dare ordine alle cose del mondo, non è scontato e mi avvicina alla fede.
Francesco: vorrei lavorare nelle biotecnologie o studiare ingegneria aerospaziale, anche se questo potrebbe creare attriti con la mia famiglia e ciò in cui crede.
Pietro: voglio fare l’ATTORE. Sto già frequentando dei corsi a scuola. Interpretare dei personaggi, immedesimarsi, indagare la loro psiche mi appassiona.
Concludo con una considerazione personale: mi pare che spesso gli adolescenti vengono messi da parte e non considerati nei discorsi “da grandi” pensando che non siano all’altezza o non abbiano nulla di importante da dire. Testimonianze come queste dimostrano l’esatto opposto: consapevolezza, ricerca, fiducia, coraggio … ci sono buone speranze e ottime premesse per il prossimo futuro.
Zaira Raffaini













